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Veicoli elettrici - mobilità - tecnologie - ambiente - energia rinnovabile. L'esaurimento delle risorse e le conseguenti ripercussioni politiche ed economiche rendono necessario ridurre la dipendenza dall'importazione di prodotti petroliferi e spingere quindi verso lo sviluppo di fonti energetiche alternative. I veicoli elettrici possono utilizzare tecnologie e risorse nel modo più efficiente.
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domenica 9 febbraio 2020
venerdì 1 luglio 2016
Boom in agricoltura spinge lavoro al sud , +3,3%
La Coldiretti, con un articolo nel suo sito web, ci informa che il lavoro agricolo nel sud cresce, insieme al Pil, di un buon +3,3%. Crescono del 3,3% gli occupati in agricoltura nel mezzogiorno nel 2015 sotto la spinta dell’aumento record del valore aggiunto agricolo (+7,3%). È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati Istat dai quali si evidenzia che l’agricoltura è il settore più dinamico che traina la ripresa del mezzogiorno e nel resto d'Italia. L'occupazione nei campi cresce infatti a livello nazionale del 2,2% perché – sottolinea la Coldiretti - l'agricoltura italiana ha prodotto nel 2015 il valore aggiunto più elevato d'Europa grazie ad un incremento del 3,8%. La rinnovata centralità acquisita dal settore è confermata dal fatto che il valore aggiunto – precisa la Coldiretti - cresce in agricoltura quasi il triplo dell'industria (1,3%) e quasi 4 volte quello del commercio (+0,8%) contribuendo alla crescita prodotto interno lordo dello 0,8% nel 2015. Il modello produttivo dell’agricoltura italiana – spiega la Coldiretti - è campione anche nella produzione di valore aggiunto per ettaro che è più del doppio della media UE-27, il triplo del Regno Unito, il doppio di Spagna e Germania, e il 70% in più dei cugini francesi. Un primato - sostiene la Coldiretti - messo a rischio nel 2016 dal calo dei prezzi riconosciuti agli agricoltori che per molte produzioni non riesce neanche a coprire i costi a causa delle distorsioni nella filiera che sottopagano il lavoro agricolo. La campagna italiana è diventata la più green d'Europa con il maggior numero di certificazioni alimentari a livello comunitario per prodotti a denominazione di origine Dop/Igp, la leadership nel numero di imprese che coltivano biologico ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati.
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sabato 23 aprile 2016
OGM: storico flop semine in UE (-18%) e nel mondo
Qui di seguito un articolo della Coldiretti intitolato: Per la prima volta a livello globale 1,8 milioni di ettari coltivati in meno (-3% in Usa)
Crollano del 18 per cento i terreni seminati con organismi geneticamente modificati (ogm) in Europa nel 2015 che per la prima volta fa registrare anche una inversione di tendenza a livello mondiale con 1,8 milioni di ettari coltivati in meno, a conferma della crescente diffidenza nei confronti di una tecnologia che non rispetta le promesse miracolistiche. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che dall’analisi del rapporto annuale dell’“International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications” (ISAAA) emerge che la superficie ogm in Europa nel 2015 si è ridotta ad appena 116.870 ettari di mais geneticamente modificato (-18%) coltivati in soli 5 Paesi sui 28 che fanno parte dell’Unione. Peraltro - spiega la Coldiretti - ben il 92 per cento di mais biotech europeo è coltivato in Spagna dove sono stati seminati 107.749 ettari (-21%) mentre le superfici coltivate sono residuali in Portogallo, Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Si tratta di una tendenza che conferma la giusta decisione dell’Italia che ha notificato alla Commissione europea nel 2015 la richiesta di vietare la coltivazione di ogm sul loro territorio assieme ad altri 18 Stati. (Austria, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia, Slovenia e Ungheria, mentre la Gran Bretagna ha presentato domanda per Scozia, Galles e Irlanda del nord e il Belgio per la Vallonia). La richiesta di esclusione di tutto il territorio italiano dalla coltivazione di tutti gli Ogm autorizzati a livello europeo trova d’accordo - sottolinea la Coldiretti - quasi 8 cittadini su 10 (76 per cento) che si oppongono oggi al biotech nei campi.
“Per l’Italia gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell'omologazione e il grande nemico del Made in Italy”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. L’agricoltura italiana - spiega la Coldiretti - è diventata la piu’ green d’Europa con il maggior numero di certificazioni alimentari a livello comunitario per prodotti a denominazione di origine Dop/Igp che salvaguardano tradizione e biodiversità, la leadership nel numero di imprese che coltivano biologico, la piu’ vasta rete di aziende agricole e mercati di vendita a chilometri zero che non devono percorrere lunghe distanza con mezzi di trasporto inquinanti, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati come avviene in 23 Paesi sui 28 dell’Unione Europea.
A livello globale nel 2015 - sottolinea la Coldiretti - sono stati coltivati 179,7 milioni di ettari di colture biotech, con uno storico decremento di 1,8 milioni di ettari rispetto ai 181,5 milioni nel 2014, a causa dei prezzi bassi. Gli Stati Uniti - precisa la Coldiretti - continuano a guidare la produzione biotech con 70,9 milioni di ettari (39% del totale), con un decremento di 2.2 milioni di ettari rispetto al 2014. Il Brasile si conferma al secondo posto con 44,2 milioni di ettari (25% del totale) con un incremento di 2 milioni di ettari rispetto al 2014. Al terzo posto si trova l’Argentina con 24,5 milioni di ettari; poi l’India con 11,6 milioni di ettari ed il Canada con 11 milioni di ettari (circa -5% rispetto al 2014). Nonostante il rincorrersi di notizie miracolistiche sui vantaggi economici, cresce lo scetticismo degli agricoltori e dei consumatori. Anche perchè gli Ogm in commercio - conclude la Coldiretti - riguardano pochissimi prodotti (mais, soia e cotone) e sono diffusi nell’interesse di poche multinazionali senza benefici riscontrabili.
Crollano del 18 per cento i terreni seminati con organismi geneticamente modificati (ogm) in Europa nel 2015 che per la prima volta fa registrare anche una inversione di tendenza a livello mondiale con 1,8 milioni di ettari coltivati in meno, a conferma della crescente diffidenza nei confronti di una tecnologia che non rispetta le promesse miracolistiche. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che dall’analisi del rapporto annuale dell’“International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications” (ISAAA) emerge che la superficie ogm in Europa nel 2015 si è ridotta ad appena 116.870 ettari di mais geneticamente modificato (-18%) coltivati in soli 5 Paesi sui 28 che fanno parte dell’Unione. Peraltro - spiega la Coldiretti - ben il 92 per cento di mais biotech europeo è coltivato in Spagna dove sono stati seminati 107.749 ettari (-21%) mentre le superfici coltivate sono residuali in Portogallo, Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Si tratta di una tendenza che conferma la giusta decisione dell’Italia che ha notificato alla Commissione europea nel 2015 la richiesta di vietare la coltivazione di ogm sul loro territorio assieme ad altri 18 Stati. (Austria, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia, Slovenia e Ungheria, mentre la Gran Bretagna ha presentato domanda per Scozia, Galles e Irlanda del nord e il Belgio per la Vallonia). La richiesta di esclusione di tutto il territorio italiano dalla coltivazione di tutti gli Ogm autorizzati a livello europeo trova d’accordo - sottolinea la Coldiretti - quasi 8 cittadini su 10 (76 per cento) che si oppongono oggi al biotech nei campi.
“Per l’Italia gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell'omologazione e il grande nemico del Made in Italy”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. L’agricoltura italiana - spiega la Coldiretti - è diventata la piu’ green d’Europa con il maggior numero di certificazioni alimentari a livello comunitario per prodotti a denominazione di origine Dop/Igp che salvaguardano tradizione e biodiversità, la leadership nel numero di imprese che coltivano biologico, la piu’ vasta rete di aziende agricole e mercati di vendita a chilometri zero che non devono percorrere lunghe distanza con mezzi di trasporto inquinanti, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati come avviene in 23 Paesi sui 28 dell’Unione Europea.
A livello globale nel 2015 - sottolinea la Coldiretti - sono stati coltivati 179,7 milioni di ettari di colture biotech, con uno storico decremento di 1,8 milioni di ettari rispetto ai 181,5 milioni nel 2014, a causa dei prezzi bassi. Gli Stati Uniti - precisa la Coldiretti - continuano a guidare la produzione biotech con 70,9 milioni di ettari (39% del totale), con un decremento di 2.2 milioni di ettari rispetto al 2014. Il Brasile si conferma al secondo posto con 44,2 milioni di ettari (25% del totale) con un incremento di 2 milioni di ettari rispetto al 2014. Al terzo posto si trova l’Argentina con 24,5 milioni di ettari; poi l’India con 11,6 milioni di ettari ed il Canada con 11 milioni di ettari (circa -5% rispetto al 2014). Nonostante il rincorrersi di notizie miracolistiche sui vantaggi economici, cresce lo scetticismo degli agricoltori e dei consumatori. Anche perchè gli Ogm in commercio - conclude la Coldiretti - riguardano pochissimi prodotti (mais, soia e cotone) e sono diffusi nell’interesse di poche multinazionali senza benefici riscontrabili.
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martedì 8 marzo 2016
Cementificate 15% campagne in 20 anni
Abbandonato o cementificato un territorio grande come la Lombardia. L'Italia frana anche perché ha perso il 15 per cento delle campagne negli ultimi 20 anni per effetto della cementificazione e dell'abbandono provocati da un modello di sviluppo sbagliato che ha causato la scomparsa di 2,6 milioni di ettari di terra coltivata. E’ quanto emerge da un'analisi Coldiretti in occasione della presentazione del rapporto Ispra sul “Dissesto idrogeologico in Italia”. Un territorio grande come la regione Lombardia - sottolinea la Coldiretti - è stato sottratto all'agricoltura, che interessa oggi una superficie di 12,4 milioni di ettari.
Ogni giorno sparisce - precisa la Coldiretti - terra agricola per un equivalente di circa 400 campi da calcio (288 ettari) e quella disponibile non si riesce più ad assorbire adeguatamente la pioggia perché siamo di fronte ai drammatici effetti dei cambiamenti climatici che si sono manifestati quest'anno con il moltiplicarsi di eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi ma intense e il repentino passaggio dal sereno al maltempo con vere e proprie bombe d'acqua. Il risultato è che in Italia - sottolinea la Coldiretti – oltre 7 milioni di cittadini si trovano in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni che riguardano ben l’88 per cento dei comuni sull'intero territorio nazionale.
Per proteggere il territorio ed i cittadini che vi vivono l'Italia - conclude la Coldiretti - deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile dalla cementificazione nelle città e dall'abbandono nelle aree marginali con un adeguato riconoscimento dell'attività agricola che ha visto chiudere 1,5 milioni di aziende negli ultimi venti anni.
Fonte: Coldiretti
Ogni giorno sparisce - precisa la Coldiretti - terra agricola per un equivalente di circa 400 campi da calcio (288 ettari) e quella disponibile non si riesce più ad assorbire adeguatamente la pioggia perché siamo di fronte ai drammatici effetti dei cambiamenti climatici che si sono manifestati quest'anno con il moltiplicarsi di eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi ma intense e il repentino passaggio dal sereno al maltempo con vere e proprie bombe d'acqua. Il risultato è che in Italia - sottolinea la Coldiretti – oltre 7 milioni di cittadini si trovano in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni che riguardano ben l’88 per cento dei comuni sull'intero territorio nazionale.
Per proteggere il territorio ed i cittadini che vi vivono l'Italia - conclude la Coldiretti - deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile dalla cementificazione nelle città e dall'abbandono nelle aree marginali con un adeguato riconoscimento dell'attività agricola che ha visto chiudere 1,5 milioni di aziende negli ultimi venti anni.
Fonte: Coldiretti
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domenica 28 febbraio 2016
È partita la seconda edizione di Scala Mercalli
Leggiamo la presentazione dal sito della trasmissione della Rai.
Scala Mercalli ritorna sugli schermi di Rai Tre a partire da sabato 27 febbraio 2016 in prima serata. Al centro di questa nuova edizione ci sarà sempre la sostenibilità ambientale con un viaggio attraverso i grandi problemi del mondo ma soprattutto con l'occhio rivolto alle soluzioni.
Il 2015 ha visto importanti eventi:
- - E' stato l'anno più caldo, nel mondo e in Italia, da quando esistono le osservazioni meteorologiche.
- - Papa Francesco ha pubblicato l'enciclica “Laudato sì” completamente dedicata alla crisi ambientale.
- - In dicembre a Parigi si è tenuta la COP21, la decisiva conferenza delle Nazioni Unite volta a contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi C da qui al 2100.
Sono proprio questi i temi con cui inizierà la prima puntata dedicata al clima e a come affrontare i suoi drammatici cambiamenti ormai inequivocabili.
Nelle altre cinque puntate verranno affrontati i temi chiave dell'energia, con particolare attenzione alle nuove fonti rinnovabili, dell'acqua e del cibo, risorse fondamentali e sempre più vulnerabili; parleremo anche di mobilità sostenibile e di nuovi modelli di sviluppo economico meno impattanti per l'ambiente e più desiderabili per noi.
In ogni puntata ci saranno documentari internazionali realizzati in esclusiva per Scala Mercalli che con immagini straordinarie racconteranno lo stato di salute del mondo in cui viviamo.
In questa nuova edizione, Luca Mercalli ha viaggiato per il nostro paese, per documentare in prima persona le situazioni negative e positive connesse allo sviluppo ecosostenibile.
Tutte le puntate termineranno con un focus sul riciclo virtuoso dei rifiuti curato da Roberto Cavallo, nel quale vedremo come ciò che gettiamo via ogni giorno, se correttamente differenziato, possa trasformarsi in prodotti utili e posti di lavoro.
Un'intervista con ospiti di eccellenza, esperti nei vari settori, completerà l'appuntamento settimanale.
Ovviamente, anche quest'anno, a guidarci in questo percorso, dalla sede FAO di Roma, sarà lo stesso Luca Mercalli.
Se volete capire come sarà il nostro futuro, e come possiamo cambiarlo a nostro favore, non perdetevi queste sei serate.
Per chi si fosse perso la prima puntata o la volesse rivedere può cliccare qui sotto
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sabato 13 febbraio 2016
Crollo prezzi nei campi da -60% pomodori a -21% arance
In difficolta’ dal grano alla carne fino al latte, rischio fattoria Italia. Crollano a inizio febbraio i prezzi nelle campagne italiane, dal -60% per cento dei pomodori al -30 % per il grano duro fino al -21% per le arance rispetto all’anno scorso. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti su dati Ismea a febbraio 2016 dai quali si evidenzia che la discesa delle quotazioni al di sotto dei costi di produzione mette a rischio il futuro della Fattoria Italia, in occasione della divulgazione dei dati Istat sul Pil. Non deve ingannare il fatto che l’agricoltura insieme ai servizi - sottolinea la Coldiretti - abbia fatto registrare una variazione congiunturale positiva del valore aggiunto in contrasto con la flessione del comparto dell'industria concorrendo all’andamento positivo del Pil nel quarto trimestre del 2015 secondo l’Istat. La situazione dei prezzi in campagna - continua la Coldiretti - sta assumendo toni drammatici anche per gli allevamenti con le quotazioni per i maiali nazionali destinati ai circuiti a denominazione di origine (Dop) che ormai da giorni sono scesi ben al disotto della linea di 1,25 centesimi al chilo che copre appena i costi della razione alimentare. Cosi come i bovini da carne che sono pagati su valori che si riscontravano 20 anni fa, per non parlare del prezzo del latte che - precisa la Coldiretti - con il venir meno degli accordi da marzo sarà ancora in balia delle inique offerte dell’industria. In crisi anche il grano a causa delle scelte poco lungimiranti fatte nel tempo da chi ha preferito fare acquisti speculativi sui mercati esteri di grano da "spacciare" come pasta o pane Made in Italy, per la mancanza dell'obbligo di indicare in etichetta la reale origine del grano impiegato. Un comportamento - sostiene la Coldiretti - reso possibile dai ritardi nella legislazione comunitaria e nazionale che non obbliga ad indicare la provenienza del grano utilizzato in etichetta. Il risultato è che è fatto con grano straniero un pacco di pasta su tre e circa la metà del pane in vendita in Italia ma i consumatori non lo possono sapere mentre è a rischio il granaio Italia ed il futuro di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano ma anche la desertificazione di un territorio di 2 milioni di circa ettari e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy. Anticipo dei calendari di maturazione, accavallamento dei raccolti, varietà tardive diventate precoci, con eccesso di offerta prima e crollo della disponibilità poi, sono questi sono alcuni degli effetti dell’andamento climatico anomalo sulle verdure che subiscono anche la pressione delle importazioni, determinate dall’embargo russo nei confronti dell’UE e, più recentemente, della Turchia, ma anche - denuncia la Coldiretti - la scarsa trasparenza dei mercati. Così prodotti come i cavolfiori o i finocchi hanno visto crollare le quotazioni, rispetto allo scorso anno, rispettivamente del 36,1% e del 26,7%, mentre il radicchio, 32 centesimi al chilogrammo, è posizionato su quotazioni inferiori del 55,4% allo stesso periodo del 2015. La situazione più grave è però quella delle colture in serra, in primo luogo i pomodori, le cui quotazioni si sono ridotte del 60,4% rispetto al 2015, principalmente a causa delle forti importazioni agevolate dal Marocco che stanno condizionando il mercato europeo. In sofferenza anche prodotti tipicamente invernali come arance e kiwi. Le arance sono quotate all’origine il 21,3% in meno dello scorso anno, con un prezzo medio pagato al produttore intorno ai 22 centesimi, in un mercato invaso da agrumi di importazione, spesso spacciati per italiani. A subire gli effetti delle importazioni è anche un altro prodotto simbolo della dieta mediterranea made in Italy come l’olio extravergine di oliva sotto la pressione dell’annunciato accesso temporaneo supplementare sul mercato dell'Unione di 35mila tonnellate di olio d'oliva tunisino a dazio zero per il 2016 e 2017, dopo che in Italia - conclude la Coldiretti - sono già aumentate del 520% le importazioni dell’olio di oliva dal Paese africano.
Fonte Coldiretti
Fonte Coldiretti
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venerdì 12 giugno 2015
In Italia consumati circa 6/7 metri quadri di suolo ogni secondo, notte compresa
Secondo il rapporto ISPRA 2015 sul consumo del suolo si conferma e purtroppo si consolida l'azione distruttiva negli ultimi anni, quelli che vanno dal 2008 al 2011.
Nell'ambito delle stime del consumo di suolo a livello nazionale con il quadro conoscitivo sul consumo di suolo nel nostro Paese disponibile grazie ai dati aggiornati della cura di ISPRA con la collaborazione delle Agenzie per la Protezione dell'Ambiente delle Regioni e delle Province autonome e grazie anche all'integrazione che viene dai nuovi punti di monitoraggio di livello comunale e alle nuove immagini aeree disponibili con maggiore risoluzione è stato possibile ridurre gli errori di omissione e di commissione durante il processo di fotointerpretazione.
Il consumo di suolo in Italia continua a crescere in modo significativo, pur segnando un rallentamento negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2013 il fenomeno ha riguardato mediamente 55 ettari al giorno, con una velocità compresa tra i 6 e i 7 metri quadrati di territorio che, nell'ultimo periodo, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo.
Un consumo di suolo che continua a coprire, quindi, ininterrottamente, notte e giorno, aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e capannoni, servizi e strade, a causa di nuove infrastrutture, di insediamenti commerciali, produttivi e di servizio e dell'espansione di aree urbane, spesso a bassa densità.
I dati mostrano come a livello nazionale il suolo consumato sia passato dal 2,7% degli anni ’50 al 7,0% stimato per il 2014, con un incremento di 4,3 punti percentuali. In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai circa 21.000 chilometri quadrati del nostro territorio.
Il consumo di suolo in Italia continua a crescere in modo significativo, pur segnando un rallentamento negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2013 il fenomeno ha riguardato mediamente 55 ettari al giorno, con una velocità compresa tra i 6 e i 7 metri quadrati di territorio che, nell'ultimo periodo, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo.
Un consumo di suolo che continua a coprire, quindi, ininterrottamente, notte e giorno, aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e capannoni, servizi e strade, a causa di nuove infrastrutture, di insediamenti commerciali, produttivi e di servizio e dell'espansione di aree urbane, spesso a bassa densità.
I dati mostrano come a livello nazionale il suolo consumato sia passato dal 2,7% degli anni ’50 al 7,0% stimato per il 2014, con un incremento di 4,3 punti percentuali. In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai circa 21.000 chilometri quadrati del nostro territorio.
Il suolo
Il suolo è una risorsa di fatto non rinnovabile, visti i tempi estremamente lunghi necessari per la formazione di nuovo suolo, ma fondamentale non solo per la produzione alimentare e per le attività umane, ma anche come riserva di biodiversità, supporto per la chiusura dei cicli degli elementi nutritivi e per l'equilibrio della biosfera. È un sottile mezzo poroso e biologicamente attivo, risultato di complessi e continui fenomeni di interazione tra le attività umane e i processi chimici e fisici che avvengono nella zona di contatto tra atmosfera, idrosfera, litosfera e biosfera.
Come correttamente indicato dalla Strategia tematica per la protezione del suolo, adottata dalla Commissione Europea nel 2006, per suolo si deve intendere lo strato superiore della crosta terrestre, costituito da particelle minerali, materia organica, acqua, aria e organismi viventi, che rappresenta l'interfaccia tra terra, aria e acqua e ospita gran parte della biosfera.
Il deterioramento del suolo ha ripercussioni dirette sulla qualità delle acque e dell’aria, sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici, ma può anche incidere sulla salute dei cittadini e mettere in pericolo la sicurezza dei prodotti destinati all'alimentazione umana e animale.
Il suolo è una risorsa di fatto non rinnovabile, visti i tempi estremamente lunghi necessari per la formazione di nuovo suolo, ma fondamentale non solo per la produzione alimentare e per le attività umane, ma anche come riserva di biodiversità, supporto per la chiusura dei cicli degli elementi nutritivi e per l'equilibrio della biosfera. È un sottile mezzo poroso e biologicamente attivo, risultato di complessi e continui fenomeni di interazione tra le attività umane e i processi chimici e fisici che avvengono nella zona di contatto tra atmosfera, idrosfera, litosfera e biosfera.
Come correttamente indicato dalla Strategia tematica per la protezione del suolo, adottata dalla Commissione Europea nel 2006, per suolo si deve intendere lo strato superiore della crosta terrestre, costituito da particelle minerali, materia organica, acqua, aria e organismi viventi, che rappresenta l'interfaccia tra terra, aria e acqua e ospita gran parte della biosfera.
Il deterioramento del suolo ha ripercussioni dirette sulla qualità delle acque e dell’aria, sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici, ma può anche incidere sulla salute dei cittadini e mettere in pericolo la sicurezza dei prodotti destinati all'alimentazione umana e animale.
La risorsa suolo deve essere, quindi, protetta e utilizzata nel modo idoneo, in relazione alle sue intrinseche proprietà, affinché possa continuare a svolgere la propria insostituibile ed efficiente funzione sul pianeta e perché elemento fondamentale dell'ambiente, dell'ecosistema e del
paesaggio, tutelati dalla nostra Costituzione1 (Leone et al., 2013).
Tratto dal rapporto ISPRA "Il consumo di suolo in Italia - Edizione 2015"
In alto la carta nazionale del consumo di suolo ad altissima risoluzione. Fonte: ISPRA. (cliccare sull'immagine per ingrandire)
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sabato 30 maggio 2015
Sussidi per i combustibili fossili, una vergogna per chi inquina
Aziende di combustibili fossili stanno beneficiando di sovvenzioni globali di $ 5.3 trilioni all'anno
a livello globale
ovvero, 5,3 migliaia di miliardi di dollari ovvero 5.300.000.000.000 dollari ovvero 4.859.040.000.000 euro, pari a 10 milioni di dollari al minuto ogni 'santo' giorno ovvero 9 244 748,86 euro al minuto, secondo una sorprendente nuova stima del Fondo Monetario Internazionale secondo quanto riportato dal quotidiano inglese The Guardian di una decina di giorni fa. In effetti, in rete, si può trovare facilmente il documento sotto il titolo di "How Large Are Global Energy Subsidies?" anche in formato PDF di 42 pagine.
La rilevazione e rivelazione è ancor più scoccante se andiamo a fare un paragone di quanto siano queste sovvenzioni ai combustibili fossili se confrontate alle spese sanitarie di tutti i governi del mondo su un conteggio stimato per il 2015.
Sorpresa che si aggiunge a sorpresa nello scoprire che l'immensa somma è in gran parte devoluta a chi inquina per non pagare i costi imposti ai governi dalla combustione di carbone, petrolio e gas. Questi includono il danno causato alle popolazioni locali di inquinamento atmosferico, nonché alle persone di tutto il mondo colpiti dalle inondazioni, siccità e tempeste di essere guidato dai cambiamenti climatici.
Occorre aggiungere altro?
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giovedì 28 maggio 2015
Rapporto SOFI, 72 paesi hanno raggiunto di sconfiggere la fame
Rapporto SOFI. La fame nel mondo scende sotto gli 800 milioni di persone. La completa eradicazione è il prossimo obiettivo. 72 paesi hanno raggiunto l'Obiettivo di Sviluppo del Millennio di dimezzare la proporzione delle persone cronicamente sottoalimentate.
Il numero complessivo delle persone che soffrono la fame nel mondo è sceso a 795 milioni - 216 milioni in meno rispetto al biennio 1990-92 - vale a dire circa una persona su nove - si legge nell'ultima edizione del rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla fame (Lo stato dell'insicurezza alimentare nel mondo 2015 - SOFI). Nei paesi in via di sviluppo, la prevalenza della denutrizione - che misura la percentuale di persone che non sono in grado di consumare cibo sufficiente per una vita attiva e sana - è scesa al 12,9% della popolazione, un calo dal 23,3% di un quarto di secolo fa, afferma il SOFI 2015, pubblicato oggi dall'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e dal Programma alimentare mondiale (WFP). La maggioranza - 72 su 129 - dei paesi monitorati dalla FAO hanno raggiunto l'Obiettivo del Millennio di dimezzare la prevalenza della denutrizione entro il 2015, con i paesi in via di sviluppo nel loro complesso che hanno mancato l'obiettivo per un piccolo margine. Inoltre, 29 paesi hanno raggiunto l'obiettivo più ambizioso posto dal Vertice Mondiale sull'Alimentazione del 1996 di dimezzare il numero totale delle persone denutrite entro il 2015.
"Il quasi raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sulla fame ci dimostra che è possibile eliminare questa piaga nel corso della nostra esistenza. Dobbiamo essere la generazione Fame Zero. Questo obiettivo dovrebbe essere integrato in tutti gli interventi politici ed essere al centro della nuova agenda per lo sviluppo sostenibile da stabilire quest'anno", ha dichiarato il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva.
"Se vogliamo veramente creare un mondo libero dalla povertà e dalla fame, allora dobbiamo fare degli investimenti nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo - dove la maggior parte dei più poveri e delle persone che soffrono la fame vivono - la nostra priorità nelle politiche di sviluppo", ha affermato il Presidente dell'IFAD, Kanayo F. Nwanze . "Dobbiamo lavorare per trasformare le nostre comunità rurali in modo da fornire posti di lavoro dignitosi, condizioni e opportunità decenti. Dobbiamo investire nelle zone rurali cosicché le nazioni possano avere una crescita equilibrata e in modo che i tre miliardi di persone che vivono in zone rurali possano realizzare il proprio potenziale.
"Uomini, donne e bambini hanno bisogno ogni giorno di cibo nutriente per avere qualche possibilità di un avvenire libero e prospero", ha detto la Direttrice Esecutiva del WFP, Ertharin Cousin. "Corpi e menti sani sono fondamentali sia per la crescita individuale che per quella economica, e la crescita deve essere inclusiva per fare della fame una storia del passato".
Grandi passi avanti, nonostante le sfide ambientali.
Per leggere il testo completo del comunicato stampa cliccare qui.
Il numero complessivo delle persone che soffrono la fame nel mondo è sceso a 795 milioni - 216 milioni in meno rispetto al biennio 1990-92 - vale a dire circa una persona su nove - si legge nell'ultima edizione del rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla fame (Lo stato dell'insicurezza alimentare nel mondo 2015 - SOFI). Nei paesi in via di sviluppo, la prevalenza della denutrizione - che misura la percentuale di persone che non sono in grado di consumare cibo sufficiente per una vita attiva e sana - è scesa al 12,9% della popolazione, un calo dal 23,3% di un quarto di secolo fa, afferma il SOFI 2015, pubblicato oggi dall'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e dal Programma alimentare mondiale (WFP). La maggioranza - 72 su 129 - dei paesi monitorati dalla FAO hanno raggiunto l'Obiettivo del Millennio di dimezzare la prevalenza della denutrizione entro il 2015, con i paesi in via di sviluppo nel loro complesso che hanno mancato l'obiettivo per un piccolo margine. Inoltre, 29 paesi hanno raggiunto l'obiettivo più ambizioso posto dal Vertice Mondiale sull'Alimentazione del 1996 di dimezzare il numero totale delle persone denutrite entro il 2015.
"Il quasi raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sulla fame ci dimostra che è possibile eliminare questa piaga nel corso della nostra esistenza. Dobbiamo essere la generazione Fame Zero. Questo obiettivo dovrebbe essere integrato in tutti gli interventi politici ed essere al centro della nuova agenda per lo sviluppo sostenibile da stabilire quest'anno", ha dichiarato il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva.
"Se vogliamo veramente creare un mondo libero dalla povertà e dalla fame, allora dobbiamo fare degli investimenti nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo - dove la maggior parte dei più poveri e delle persone che soffrono la fame vivono - la nostra priorità nelle politiche di sviluppo", ha affermato il Presidente dell'IFAD, Kanayo F. Nwanze . "Dobbiamo lavorare per trasformare le nostre comunità rurali in modo da fornire posti di lavoro dignitosi, condizioni e opportunità decenti. Dobbiamo investire nelle zone rurali cosicché le nazioni possano avere una crescita equilibrata e in modo che i tre miliardi di persone che vivono in zone rurali possano realizzare il proprio potenziale.
"Uomini, donne e bambini hanno bisogno ogni giorno di cibo nutriente per avere qualche possibilità di un avvenire libero e prospero", ha detto la Direttrice Esecutiva del WFP, Ertharin Cousin. "Corpi e menti sani sono fondamentali sia per la crescita individuale che per quella economica, e la crescita deve essere inclusiva per fare della fame una storia del passato".
Grandi passi avanti, nonostante le sfide ambientali.
Per leggere il testo completo del comunicato stampa cliccare qui.
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sabato 16 maggio 2015
Emissioni provenienti dall'uso della biomassa per la produzione di energia. Un impatto negativo?
Ritorno ancora sull'argomento trattato qualche giorno fa (L'impatto sulla salute della combustione della legna) traendolo ancora una volta dal sito dell'Arpat, l'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, che a sua volta si rifà ad un articolo della rivista di ARPA Emilia Romagna, con la premessa che riguarda la stima delle emissioni e le politiche dell'Emilia Romagna per limitarle, pubblicato in un recente articolo su ECOSCIENZA, Numero 1, Anno 2015, da Arpa Emilia-Romagna
L'uso della biomassa nei settori della produzione di energia e della combustione non industriale è stato incentivato e favorito negli ultimi anni da una parte da politiche e norme europee (Direttiva 2009/28/CE), nazionali (D. Lgs 28/2011 e DM 15/03/2012) e regionali relative all'uso delle rinnovabili, dall'altra dai risparmi - in termini di costo – per quanto riguarda l'impiego di biomassa legnosa per il riscaldamento domestico.
Tali strategie non hanno però prestato particolare attenzione all'impatto negativo sulla qualità dell'aria: le biomasse usate come combustibile provocano infatti l'immissione nell'ambiente di polveri e idrocarburi policiclici aromatici (IPA) (vedi anche notizia del 15/12/2014); le emissioni di inquinanti variano a seconda della modalità di utilizzo della biomassa.
Numerosi sono gli studi che hanno cercato di stimare le emissioni derivanti dall'utilizzo di biomasse legnose sia a livello nazionale che regionale.
I dati dei consumi di biomassa a uso domestico confluiscono quindi nei diversi inventari delle emissioni, che dal canto loro hanno evidenziato un incremento del peso delle emissioni di PM10 primario da parte del riscaldamento degli ambienti, ad oggi una delle più importanti fonti di emissioni in atmosfera, soprattutto nelle regioni con una quota rilevante di territorio montano (vedi anche notizia del 22/04/2014).
In Emilia-Romagna, per esempio, dove la combustione di biomassa per riscaldamento domestico copre solo l’8% del fabbisogno energetico, la combustione di biomasse è responsabile della quasi totalità delle emissioni di PM10 nel settore della combustione non industriale. Le emissioni di PM10 derivanti da attività di combustione di legna e similari per riscaldamento domestico contribuiscono inoltre per il 39% alle emissioni totali, con un contributo relativo alle emissioni di PM10 maggiore di quello dei trasporti (34%).
La stima delle emissioni derivanti dall'uso di biomassa, tuttavia, comporta molte fonti di incertezza dovute ad alcuni elementi critici che riguardano soprattutto:
- indicatori di stima che provengono dai consumi di combustibile, critici per quanto riguarda l'uso di legna da ardere;
- fattori di emissione, che dipendono dal tipo di combustore utilizzato e dalle caratteristiche del combustibile che, nel caso della legna, sono variabili in funzione delle dimensioni del cippato e dal contenuto di umidità.
Per diminuire queste incertezze ed ottenere un quadro dei fattori di emissione quanto più conforme alla realtà italiana, sono state condotte campagne sperimentali per valutare le emissioni dovute all'utilizzo delle principali tipologie di apparecchi di combustione a uso domestico, in “cicli reali”, e utilizzando le essenze legnose di maggior utilizzo, con diverse modalità di stagionatura e alimentazione in camera di combustione.
Di fronte all'evidenza degli effetti negativi sulla qualità dell'aria provenienti dall'impiego di biomassa, nonostante le incertezze evidenziate, sono state introdotte da più amministrazioni alcune misure di contrasto all'inquinamento dovuto all'uso delle biomasse.
.....
Il Piano aria integrato 2020 dell’Emilia-Romagna stabilisce dunque obiettivi di riduzione non solo delle emissioni primarie di PM, ma anche e principalmente degli inquinanti precursori dell'inquinamento secondario (ossidi di azoto, composti organici volatili, ammoniaca e composti dello zolfo).
....
L’obiettivo di riduzione delle emissioni di PM10 e composti organici volatili per più dell’80% si potrebbe ottenere attraverso la sostituzione/controllo degli impianti a biomassa (camini, stufe) utilizzati per il riscaldamento degli edifici (per gli impianti a biomassa è ipotizzato che i sistemi di combustione siano rappresentati da camini aperti).
Interventi in questo settore sono possibili aumentando il tasso di applicazione delle tecnologie pulite ai sistemi di combustione delle biomasse. Per stimare i benefici ambientali dell’applicazione di tali tecnologie Arpa Emilia Romagna ha ipotizzato tre diversi tassi di applicazione delle 5 principali tecnologie di combustione (camino aperto, camino chiuso, stufa tradizionale a legna, stufa automatica a pellets o cippato o Bat legna, stufa o caldaia innovativa).
Per leggere l’articolo dell'Arpat con testo e grafici cliccare qui.
L'uso della biomassa nei settori della produzione di energia e della combustione non industriale è stato incentivato e favorito negli ultimi anni da una parte da politiche e norme europee (Direttiva 2009/28/CE), nazionali (D. Lgs 28/2011 e DM 15/03/2012) e regionali relative all'uso delle rinnovabili, dall'altra dai risparmi - in termini di costo – per quanto riguarda l'impiego di biomassa legnosa per il riscaldamento domestico.
Tali strategie non hanno però prestato particolare attenzione all'impatto negativo sulla qualità dell'aria: le biomasse usate come combustibile provocano infatti l'immissione nell'ambiente di polveri e idrocarburi policiclici aromatici (IPA) (vedi anche notizia del 15/12/2014); le emissioni di inquinanti variano a seconda della modalità di utilizzo della biomassa.
Numerosi sono gli studi che hanno cercato di stimare le emissioni derivanti dall'utilizzo di biomasse legnose sia a livello nazionale che regionale.
I dati dei consumi di biomassa a uso domestico confluiscono quindi nei diversi inventari delle emissioni, che dal canto loro hanno evidenziato un incremento del peso delle emissioni di PM10 primario da parte del riscaldamento degli ambienti, ad oggi una delle più importanti fonti di emissioni in atmosfera, soprattutto nelle regioni con una quota rilevante di territorio montano (vedi anche notizia del 22/04/2014).
In Emilia-Romagna, per esempio, dove la combustione di biomassa per riscaldamento domestico copre solo l’8% del fabbisogno energetico, la combustione di biomasse è responsabile della quasi totalità delle emissioni di PM10 nel settore della combustione non industriale. Le emissioni di PM10 derivanti da attività di combustione di legna e similari per riscaldamento domestico contribuiscono inoltre per il 39% alle emissioni totali, con un contributo relativo alle emissioni di PM10 maggiore di quello dei trasporti (34%).
La stima delle emissioni derivanti dall'uso di biomassa, tuttavia, comporta molte fonti di incertezza dovute ad alcuni elementi critici che riguardano soprattutto:
- indicatori di stima che provengono dai consumi di combustibile, critici per quanto riguarda l'uso di legna da ardere;
- fattori di emissione, che dipendono dal tipo di combustore utilizzato e dalle caratteristiche del combustibile che, nel caso della legna, sono variabili in funzione delle dimensioni del cippato e dal contenuto di umidità.
Per diminuire queste incertezze ed ottenere un quadro dei fattori di emissione quanto più conforme alla realtà italiana, sono state condotte campagne sperimentali per valutare le emissioni dovute all'utilizzo delle principali tipologie di apparecchi di combustione a uso domestico, in “cicli reali”, e utilizzando le essenze legnose di maggior utilizzo, con diverse modalità di stagionatura e alimentazione in camera di combustione.
Di fronte all'evidenza degli effetti negativi sulla qualità dell'aria provenienti dall'impiego di biomassa, nonostante le incertezze evidenziate, sono state introdotte da più amministrazioni alcune misure di contrasto all'inquinamento dovuto all'uso delle biomasse.
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Il Piano aria integrato 2020 dell’Emilia-Romagna stabilisce dunque obiettivi di riduzione non solo delle emissioni primarie di PM, ma anche e principalmente degli inquinanti precursori dell'inquinamento secondario (ossidi di azoto, composti organici volatili, ammoniaca e composti dello zolfo).
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L’obiettivo di riduzione delle emissioni di PM10 e composti organici volatili per più dell’80% si potrebbe ottenere attraverso la sostituzione/controllo degli impianti a biomassa (camini, stufe) utilizzati per il riscaldamento degli edifici (per gli impianti a biomassa è ipotizzato che i sistemi di combustione siano rappresentati da camini aperti).
Interventi in questo settore sono possibili aumentando il tasso di applicazione delle tecnologie pulite ai sistemi di combustione delle biomasse. Per stimare i benefici ambientali dell’applicazione di tali tecnologie Arpa Emilia Romagna ha ipotizzato tre diversi tassi di applicazione delle 5 principali tecnologie di combustione (camino aperto, camino chiuso, stufa tradizionale a legna, stufa automatica a pellets o cippato o Bat legna, stufa o caldaia innovativa).
Per leggere l’articolo dell'Arpat con testo e grafici cliccare qui.
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martedì 28 aprile 2015
Con la crisi in atto salgono del 9% le gite in parchi
Con la primavera è boom per le gite nel verde con il turismo legato alla natura che, in controtendenza, negli anni della crisi ha fatto registrare un aumento del 9 per cento delle presenze che raggiungono la cifra record di 102 milioni di presenze nel 2014.
E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti, sulla base dei rapporti Ecotur dal 2007 ad oggi, che prevede una ulteriore crescita anche per il 2015, l'anno dell’Expo. Le gite “mordi e fuggi” in giornata rappresentano - sottolinea la Coldiretti - il 33 per cento, mentre il weekend il 26 per cento, i weekend lunghi il 31 per cento e le vacanze settimanali appena il 13 per cento.
Una tendenza rafforzata dalle difficoltà economiche ma anche da una maggiore sensibilità ambientale che sta portando alla riscoperta di un turismo sostenibile e a chilometro zero con mete da raggiungere in giornata senza spendere troppo.
E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti, sulla base dei rapporti Ecotur dal 2007 ad oggi, che prevede una ulteriore crescita anche per il 2015, l'anno dell’Expo. Le gite “mordi e fuggi” in giornata rappresentano - sottolinea la Coldiretti - il 33 per cento, mentre il weekend il 26 per cento, i weekend lunghi il 31 per cento e le vacanze settimanali appena il 13 per cento.
Una tendenza rafforzata dalle difficoltà economiche ma anche da una maggiore sensibilità ambientale che sta portando alla riscoperta di un turismo sostenibile e a chilometro zero con mete da raggiungere in giornata senza spendere troppo.
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domenica 19 aprile 2015
giovedì 9 aprile 2015
La verdura batte la deflazione
La rivincita del cavolo, direi.
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domenica 5 aprile 2015
sabato 4 aprile 2015
Scala Mercalli - stasera la sesta puntata
Sesta puntata. Tra gli argomenti affrontati sabato 4 aprile, la siccità e la scarsità di risorse idriche e il problema dello smaltimento dei rifiuti. Sesta puntata di “Scala Mercalli” la prima serata di Rai3 dedicata al futuro del pianeta e alla sostenibilità dello sviluppo.
Tra gli argomenti affrontati sabato 4 aprile, la siccità e la scarsità di risorse idriche e il problema dello smaltimento dei rifiuti. Ospiti di Luca Mercalli: Roberto Cavallo, esperto di tematiche ambientali e Luigi Zoja, psicoanalista e autore di “Utopie Minimaliste”. Ci sarà anche, come in ogni puntata, il contributo di diversi documentari originali, questa volta da: California, per parlare di siccità; Honduras il paese dove la percentuale di riciclo dei rifiuti è tra le più basse del mondo; Nepal, per conoscere il movimento dei “ Green Soldiers” impegnati a ripulire tutto il suolo di Kathmandu e dintorni; e infine dall'Italia, esattamente da Treviso, una città virtuosa che ha un sistema di riciclo vicino al 100% . Oltre a raccontare i diversi gradi della crisi del nostro pianeta, Luca Mercalli si propone infatti anche di informare il pubblico delle possibili soluzioni tecnologiche e delle risorse culturali che già esistono per potere invertire questa tendenza.
Tra gli argomenti affrontati sabato 4 aprile, la siccità e la scarsità di risorse idriche e il problema dello smaltimento dei rifiuti. Ospiti di Luca Mercalli: Roberto Cavallo, esperto di tematiche ambientali e Luigi Zoja, psicoanalista e autore di “Utopie Minimaliste”. Ci sarà anche, come in ogni puntata, il contributo di diversi documentari originali, questa volta da: California, per parlare di siccità; Honduras il paese dove la percentuale di riciclo dei rifiuti è tra le più basse del mondo; Nepal, per conoscere il movimento dei “ Green Soldiers” impegnati a ripulire tutto il suolo di Kathmandu e dintorni; e infine dall'Italia, esattamente da Treviso, una città virtuosa che ha un sistema di riciclo vicino al 100% . Oltre a raccontare i diversi gradi della crisi del nostro pianeta, Luca Mercalli si propone infatti anche di informare il pubblico delle possibili soluzioni tecnologiche e delle risorse culturali che già esistono per potere invertire questa tendenza.
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mercoledì 25 marzo 2015
Risorse idriche naturali
L'Istat presenta, per la prima volta, la valutazione quantitativa delle risorse idriche naturali, determinata attraverso gli indicatori idrologici (precipitazione, evapotraspirazione reale, deflusso totale, ricarica degli acquiferi) derivati dalla rilevazione "Dati meteo-climatici ed idrologici", che ha come unità rispondenti gli enti gestori delle reti di monitoraggio meteorologico e idrometrico nazionali, regionali e locali.
I dati diffusi si riferiscono agli anni del decennio 2001-2010 e alla media annuale del trentennio 1971-2000. Il calcolo degli indicatori è realizzato considerando come unità di analisi il bacino idrografico e sono diffusi per regione e per distretto idrografico (i limiti dei distretti sono quelli definiti in base al d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152).
Le particolari caratteristiche idrogeologiche e climatiche della penisola italiana condizionano notevolmente la disponibilità e la distribuzione delle risorse idriche sul territorio. A scala nazionale, nel decennio 2001-2010 si registra un leggero aumento della quantità di risorse idriche rispetto al trentennio di riferimento. Ad un maggiore livello di dettaglio, stagionale e territoriale, il trend è, tuttavia, piuttosto eterogeneo. Forti precipitazioni, alluvioni, ondate di calore o di gelo, concentrati in particolari aree territoriali ed in brevi lassi di tempo, sono sempre più frequenti ed influenzano sensibilmente la distribuzione e la disponibilità delle risorse idriche.
Le precipitazioni medie nel periodo 2001-2010 in Italia corrispondono ad un volume di acqua di 245.457 milioni di metri cubi. Tale valore supera solo dell'1,8% il valore del trentennio 1971-2000. Il 2001 è stato l'anno più siccitoso, con 190.839 milioni di metri cubi (-20,8%), seguito dal 2007 (194.680 milioni di metri cubi), mentre il 2010 è risultato l'anno più piovoso con 306.883 milioni di metri cubi (+27,3%).
Nel decennio 2001-2010 l'evapotraspirazione reale, ovvero l'acqua che si trasferisce dal suolo all'atmosfera sia per evaporazione che per traspirazione delle piante, corrisponde al 60,5% delle precipitazioni, mentre nel periodo 1971-2000 era pari al 64,6%. In particolare, nel 2010 l'evapotraspirazione è stata pari al 50,7% delle precipitazioni, contro il 75,2% del 2007.
Il deflusso medio complessivo a mare dei corsi d'acqua e delle acque sotterranee è di 122.884 milioni di metri cubi nel decennio 2001-2010, in aumento del 6,0% rispetto al trentennio 1971-2000 (quando era 115.882 milioni di metri cubi). Tuttavia, su base annua, i dati riferiscono forti oscillazioni, con un valore minimo nel 2001 (-8,1%) ed uno massimo nel 2010 (+56,6%).
La ricarica dell'acquifero, ossia la quantità di acqua che si infiltra nel sottosuolo, una parte della quale contribuisce alle risorse idriche disponibili, nel 2001-2010 è stata in media di 59.193 milioni di metri cubi (+7,5%), con un incremento massimo del 59,2% nel 2010 ed una riduzione del 39,2% nel 2006.
Cliccare sulle immagini per ingrandire
I grafici sono stati realizzati da noi con i dati forniti dall'Istat.
I dati diffusi si riferiscono agli anni del decennio 2001-2010 e alla media annuale del trentennio 1971-2000. Il calcolo degli indicatori è realizzato considerando come unità di analisi il bacino idrografico e sono diffusi per regione e per distretto idrografico (i limiti dei distretti sono quelli definiti in base al d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152).
Le particolari caratteristiche idrogeologiche e climatiche della penisola italiana condizionano notevolmente la disponibilità e la distribuzione delle risorse idriche sul territorio. A scala nazionale, nel decennio 2001-2010 si registra un leggero aumento della quantità di risorse idriche rispetto al trentennio di riferimento. Ad un maggiore livello di dettaglio, stagionale e territoriale, il trend è, tuttavia, piuttosto eterogeneo. Forti precipitazioni, alluvioni, ondate di calore o di gelo, concentrati in particolari aree territoriali ed in brevi lassi di tempo, sono sempre più frequenti ed influenzano sensibilmente la distribuzione e la disponibilità delle risorse idriche.
Le precipitazioni medie nel periodo 2001-2010 in Italia corrispondono ad un volume di acqua di 245.457 milioni di metri cubi. Tale valore supera solo dell'1,8% il valore del trentennio 1971-2000. Il 2001 è stato l'anno più siccitoso, con 190.839 milioni di metri cubi (-20,8%), seguito dal 2007 (194.680 milioni di metri cubi), mentre il 2010 è risultato l'anno più piovoso con 306.883 milioni di metri cubi (+27,3%).
Nel decennio 2001-2010 l'evapotraspirazione reale, ovvero l'acqua che si trasferisce dal suolo all'atmosfera sia per evaporazione che per traspirazione delle piante, corrisponde al 60,5% delle precipitazioni, mentre nel periodo 1971-2000 era pari al 64,6%. In particolare, nel 2010 l'evapotraspirazione è stata pari al 50,7% delle precipitazioni, contro il 75,2% del 2007.
Il deflusso medio complessivo a mare dei corsi d'acqua e delle acque sotterranee è di 122.884 milioni di metri cubi nel decennio 2001-2010, in aumento del 6,0% rispetto al trentennio 1971-2000 (quando era 115.882 milioni di metri cubi). Tuttavia, su base annua, i dati riferiscono forti oscillazioni, con un valore minimo nel 2001 (-8,1%) ed uno massimo nel 2010 (+56,6%).
La ricarica dell'acquifero, ossia la quantità di acqua che si infiltra nel sottosuolo, una parte della quale contribuisce alle risorse idriche disponibili, nel 2001-2010 è stata in media di 59.193 milioni di metri cubi (+7,5%), con un incremento massimo del 59,2% nel 2010 ed una riduzione del 39,2% nel 2006.
I grafici sono stati realizzati da noi con i dati forniti dall'Istat.
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sabato 14 marzo 2015
Scala Mercalli - stasera la terza puntata
I gradi della crisi ambientale e la via
della sostenibilità
Conduce Luca Mercalli
Sabato 14 Marzo ore 21:30 Rai3
Terza puntata I ghiacciai sono il
termometro naturale del pianeta: dalle grandi calotte polari alle
Alpi si stanno riducendo ovunque e segnalano il problema del
surriscaldamento globale.
La fusione dei ghiacciai è pericolosa per
la sopravvivenza del genere umano? L'innalzamento degli oceani può
cambiare la geografia del pianeta ? Scala Mercalli nelle Ande
Peruviane farà vedere come in un paesaggio che sembra incontaminato
i ghiacciai si stanno ritirando con conseguenze sulla disponibilità
di acqua per le popolazioni andine. Uno documentario ci porterà
nella profondità dell'oceano dove la biodiversità è messa
seriamente in pericolo dall'acidificazione e dal riscaldamento
delle acque e vedremo come anche nel Mediterraneo è iniziata una
tropicalizzazione della fauna ittica. E ancora in Bangladesh vedremo
i primi profughi climatici e come questo paese affronta in maniera
costruttiva il problema della sovrappopolazione. Ma sarà proprio
Luca Mercalli a portarci in Svezia al centro per la resilienza
diretto da Johan Rockstrom che opera un monitoraggio sulla capacità
a livello mondiale di reagire agli shock ambientali. Filippa
Lagerback accompagnerà Luca alla scoperta di un quartiere
sostenibile di Stoccolma. In studio lo zoologo marino Ferdinando
Boero dell'Università del Salento e Serenella Iovìno
dell'Università di Torino, che proporrà un approccio di filosofia
contemporanea alla relazione tra uomo e natura.
Aggiornamento, per chi vuol (ri) vedere la terza puntata.
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sabato 7 marzo 2015
Scala Mercalli - stasera la seconda puntata
Una delle non molte trasmissioni televisive da non perdere, la seconda puntata di “Scala Mercalli”. Carbone, gas, petrolio:
sono gli idrocarburi che hanno permesso all'uomo la crescita degli
ultimi duecento anni. Ma estrarre risorse naturali è sempre più
difficile e costoso
07-03-2015 21:30 Sabato 7 marzo alle 21.30
secondo appuntamento con “Scala Mercalli”, il nuovo programma di
Rai 3 condotto dal climatologo e divulgatore scientifico Luca
Mercalli. Sei puntate in prima serata, ogni sabato, dedicate ai
problemi più urgenti per la salvaguardia del Pianeta Terra. In
questa puntata: carbone, gas, petrolio; sono gli idrocarburi che
hanno permesso all'uomo la vertiginosa crescita degli ultimi duecento
anni. Ma estrarre queste risorse naturali dal sottosuolo è sempre
più difficile e costoso. Inoltre, se si continuerà ad utilizzare i
combustibili fossili come si sta facendo oggi, si inquinerà
irrimediabilmente il nostro pianeta. Sono infatti le emissioni di gas
serra la causa del riscaldamento globale, uno dei più gravi ed
immediati rischi ambientali a cui si sta andando incontro. Con Luca
Mercalli e i suoi ospiti ci si chiederà come si può vivere in un
pianeta surriscaldato e cosa si può fare per evitarlo. Inoltre, le
telecamere di “Scala Mercalli” sono andate negli Stati Uniti, per
vedere come il fracking, uno dei più moderni metodi con cui vengono
estratti petrolio e gas dal sottosuolo, stia distruggendo il
territorio e le comunità che lo abitano. E in Cina, il paese che
negli ultimi 30 anni è cresciuto ed ha inquinato più di tutti, per
capire come si vive nelle sue megalopoli e per conoscere gli sforzi
che il governo centrale sta facendo per rendere lo sviluppo meno
dannoso per l'ambiente. Ma nel mondo ci sono anche esempi positivi.
Come la Danimarca, il paese che prima di tutti gli altri ha capito
che bisogna immaginare un futuro libero dai combustibili fossili, e
che quel futuro è già alla nostra portata. E infine in Italia.
Anche qui c'è molto da fare e molto si sta facendo, soprattutto in
termini di architettura eco-compatibile. Quanto consumano le nostre
case e, soprattutto, quanta energia sprecano? Si vedrà come renderle
più efficienti, economiche ed ecologiche partendo da “Rhome”, la
casa ecologica vincitrice del Solar Decathlon Europe 2014 di Parigi
Scala Mercalli - La prima puntata
Aggiornamento, per chi vuol (ri) vedere la seconda puntata.
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venerdì 6 marzo 2015
Allarme Coldiretti, Italia invasa da olio di palma +19%
Record storico import. Si trova in biscotti, merendine e latte per neonati ma ora si può riconoscerlo
Aumentano del 19 per cento le importazioni di olio di palma in Italia per un quantitativo record che ha superato addirittura 1,7 miliardi di chili nel 2014, un primato negativo mai raggiunto prima. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti che lancia l'allarme sull'invasione di un prodotto sotto accusa dal punto di vista nutrizionale e ambientale, proprio nella patria dell'olio extravergine di oliva e della dieta mediterranea.
L'olio di palma per il basso costo e la scarsa informazione - sottolinea la Coldiretti - tende a sostituire grassi più pregiati praticamene ovunque ed anche in alimenti per bambini come biscotti, merendine, torte e addirittura nel latte per neonati, con quantitativi importati in Italia che sono aumentati di dieci volte negli ultimi 15 anni, ma che ora si possono riconoscere dall'etichetta.
Alle preoccupazioni per l'impatto sulla salute a causa dell'elevato contenuto di acidi grassi saturi si aggiungono peraltro quelle dal punto di vista ambientale perché - continua la Coldiretti - l'enorme sviluppo del mercato dell'olio di palma sta portando al disboscamento selvaggio di vaste foreste senza dimenticare l'inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione.
Per consentire scelte di acquisto consapevoli da parte dei consumatori è stato introdotto il 13 dicembre 2014 nella legislazione comunitaria sotto il pressing della Coldiretti l'obbligo di specificare in etichetta la natura dell'olio eventualmente utilizzato nei prodotti alimentari confezionati. Non è più possibile pertanto - precisa la Coldiretti - utilizzare la dicitura generica olio vegetale, giocando sul fatto che nella nostra tradizione quando si pensa all'olio si pensa a quello di oliva, ma si deve indicare con precisione di quale olio si tratta. Per i prodotti venduti sfusi al forno o in panetteria - precisa la Coldiretti - deve essere sempre esposto e a disposizione dei consumatori, l'elenco degli ingredienti utilizzati.
Una vittoria nei confronti delle grandi lobby che tuttavia continuano a far sentire il proprio peso come dimostra ad esempio la decisione dell'Unione Europea di ricorrere all'organizzazione mondiale del commercio (WTO) per la costituzione di un comitato di arbitraggio riguardo ad alcuni dazi di importazione della Russia, che ritiene eccessivi per diversi prodotti tra i quali l'olio di palma. In altre parole - denuncia la Coldiretti - l'Unione Europea decide di intervenire per far aumentare le importazioni di un prodotto di dubbia qualità che peraltro fa concorrenza sleale al burro e all'olio extravergine di oliva europei sostituendoli nei dolci, nelle pizze, nella panetteria, industriale ed artigianale.
Una decisione paradossale - conclude la Coldiretti - dopo che i produttori agricoli dell'Unione Europea sono strangolati da mesi di embargo russo che hanno provocato direttamente solo all'Italia più di 50,7 milioni di euro di mancate esportazioni agroalimentari in soli 4 mesi, da agosto a novembre, più un calo generalizzato dei prezzi sui mercati di tutta Europa per i prodotti colpiti dall'embargo e per quelli che, anche indirettamente, possono essere considerati sostituti.
Aumentano del 19 per cento le importazioni di olio di palma in Italia per un quantitativo record che ha superato addirittura 1,7 miliardi di chili nel 2014, un primato negativo mai raggiunto prima. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti che lancia l'allarme sull'invasione di un prodotto sotto accusa dal punto di vista nutrizionale e ambientale, proprio nella patria dell'olio extravergine di oliva e della dieta mediterranea.
L'olio di palma per il basso costo e la scarsa informazione - sottolinea la Coldiretti - tende a sostituire grassi più pregiati praticamene ovunque ed anche in alimenti per bambini come biscotti, merendine, torte e addirittura nel latte per neonati, con quantitativi importati in Italia che sono aumentati di dieci volte negli ultimi 15 anni, ma che ora si possono riconoscere dall'etichetta.
Alle preoccupazioni per l'impatto sulla salute a causa dell'elevato contenuto di acidi grassi saturi si aggiungono peraltro quelle dal punto di vista ambientale perché - continua la Coldiretti - l'enorme sviluppo del mercato dell'olio di palma sta portando al disboscamento selvaggio di vaste foreste senza dimenticare l'inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione.
Per consentire scelte di acquisto consapevoli da parte dei consumatori è stato introdotto il 13 dicembre 2014 nella legislazione comunitaria sotto il pressing della Coldiretti l'obbligo di specificare in etichetta la natura dell'olio eventualmente utilizzato nei prodotti alimentari confezionati. Non è più possibile pertanto - precisa la Coldiretti - utilizzare la dicitura generica olio vegetale, giocando sul fatto che nella nostra tradizione quando si pensa all'olio si pensa a quello di oliva, ma si deve indicare con precisione di quale olio si tratta. Per i prodotti venduti sfusi al forno o in panetteria - precisa la Coldiretti - deve essere sempre esposto e a disposizione dei consumatori, l'elenco degli ingredienti utilizzati.
Una vittoria nei confronti delle grandi lobby che tuttavia continuano a far sentire il proprio peso come dimostra ad esempio la decisione dell'Unione Europea di ricorrere all'organizzazione mondiale del commercio (WTO) per la costituzione di un comitato di arbitraggio riguardo ad alcuni dazi di importazione della Russia, che ritiene eccessivi per diversi prodotti tra i quali l'olio di palma. In altre parole - denuncia la Coldiretti - l'Unione Europea decide di intervenire per far aumentare le importazioni di un prodotto di dubbia qualità che peraltro fa concorrenza sleale al burro e all'olio extravergine di oliva europei sostituendoli nei dolci, nelle pizze, nella panetteria, industriale ed artigianale.
Una decisione paradossale - conclude la Coldiretti - dopo che i produttori agricoli dell'Unione Europea sono strangolati da mesi di embargo russo che hanno provocato direttamente solo all'Italia più di 50,7 milioni di euro di mancate esportazioni agroalimentari in soli 4 mesi, da agosto a novembre, più un calo generalizzato dei prezzi sui mercati di tutta Europa per i prodotti colpiti dall'embargo e per quelli che, anche indirettamente, possono essere considerati sostituti.
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mercoledì 28 gennaio 2015
Crolla la produzione di miele e l' esportazione anche per colpa del clima e dell'insetto killer delle api
Il comunicato stampa della Coldiretti fa riferimento all'anagrafe del Ministero della Salute relativo alle api ma denuncia anche il dimezzamento della produzione di miele a causa dei cambiamenti climatici e della presenza di un insetto che ha colpito gli alveari dimezzandone la quantità. A questo si aggiunge l'importazione di miele da nazioni dove è ammessa la coltivazione di Ogm che contamina il prodotto.
+17 import miele naturale dall'estero mentre crollano del 26 % le esportazioni. L'anagrafe delle api italiane è una importante innovazione per garantire maggiore trasparenza attraverso la rintracciabilità in un settore dove quest'anno si registra il dimezzamento dei raccolti a causa dell'andamento climatico anomalo e delle malattie. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare l'avvio lunedì 19 gennaio dell'operatività dell'anagrafe delle api, con la possibilità, per gli apicoltori di registrarsi sul portale del Sistema informativo veterinario accessibile dal portale del ministero della Salute al quale potranno accedere operatori delle Asl, aziende e allevatori per registrare la attività, comunicare una nuova apertura, specificare la consistenza degli apiari e il numero di arnie o le movimentazioni per compravendite.
La produzione Made in Italy di miele di acacia, castagno, di agrumi e mille fiori è quasi dimezzata (-50 per cento) per effetto del clima ed è allarme per l'arrivo in Italia dell'insetto killer delle api, il coleottero Aethina tumida, che mangia il miele, il polline e, soprattutto la covata annientando la popolazione di api o costringendola ad abbandonare l'alveare.
Al crollo dei raccolti nazionali ha fatto seguito l'aumento del 17 per cento delle importazioni dall'estero di miele naturale mentre le esportazioni sono crollate del 26 per cento le esportazioni, sulla base dei dati istat relativi ai primi 9 mesi del 2014. Il risultato - denuncia la Coldiretti – è che in Italia due barattoli di miele su tre venduti nei negozi e supermercati contengono in realtà miele straniero.
A preoccupare è peraltro il fatto che piu’ di 1/3 del miele importato proviene dall’Ungheria e quasi il 15 per cento dalla Cina ma anche da Romania, Argentina e Spagna dove sono permesse coltivazioni Ogm che possono contaminare il polline senza alcuna indicazione in etichetta. Il miele prodotto sul territorio nazionale dove non sono ammesse coltivazioni Ogm è tuttavia riconoscibile attraverso l'etichettatura di origine obbligatoria fortemente sostenuta dalla Coldiretti. Per acquistare miele italiano è bene verificare sempre l'etichettatura. La parola Italia deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale mentre nel caso in cui il miele provenga da più Paesi dell'Unione Europea, l'etichetta - conclude la Coldiretti - deve riportare l'indicazione "miscela di mieli originari della CE"; se invece proviene da Paesi extracomunitari deve esserci la scritta "miscela di mieli non originari della CE", mentre se si tratta di un mix va scritto "miscela di mieli originari e non originari della CE".
+17 import miele naturale dall'estero mentre crollano del 26 % le esportazioni. L'anagrafe delle api italiane è una importante innovazione per garantire maggiore trasparenza attraverso la rintracciabilità in un settore dove quest'anno si registra il dimezzamento dei raccolti a causa dell'andamento climatico anomalo e delle malattie. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare l'avvio lunedì 19 gennaio dell'operatività dell'anagrafe delle api, con la possibilità, per gli apicoltori di registrarsi sul portale del Sistema informativo veterinario accessibile dal portale del ministero della Salute al quale potranno accedere operatori delle Asl, aziende e allevatori per registrare la attività, comunicare una nuova apertura, specificare la consistenza degli apiari e il numero di arnie o le movimentazioni per compravendite.
La produzione Made in Italy di miele di acacia, castagno, di agrumi e mille fiori è quasi dimezzata (-50 per cento) per effetto del clima ed è allarme per l'arrivo in Italia dell'insetto killer delle api, il coleottero Aethina tumida, che mangia il miele, il polline e, soprattutto la covata annientando la popolazione di api o costringendola ad abbandonare l'alveare.
Al crollo dei raccolti nazionali ha fatto seguito l'aumento del 17 per cento delle importazioni dall'estero di miele naturale mentre le esportazioni sono crollate del 26 per cento le esportazioni, sulla base dei dati istat relativi ai primi 9 mesi del 2014. Il risultato - denuncia la Coldiretti – è che in Italia due barattoli di miele su tre venduti nei negozi e supermercati contengono in realtà miele straniero.
A preoccupare è peraltro il fatto che piu’ di 1/3 del miele importato proviene dall’Ungheria e quasi il 15 per cento dalla Cina ma anche da Romania, Argentina e Spagna dove sono permesse coltivazioni Ogm che possono contaminare il polline senza alcuna indicazione in etichetta. Il miele prodotto sul territorio nazionale dove non sono ammesse coltivazioni Ogm è tuttavia riconoscibile attraverso l'etichettatura di origine obbligatoria fortemente sostenuta dalla Coldiretti. Per acquistare miele italiano è bene verificare sempre l'etichettatura. La parola Italia deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale mentre nel caso in cui il miele provenga da più Paesi dell'Unione Europea, l'etichetta - conclude la Coldiretti - deve riportare l'indicazione "miscela di mieli originari della CE"; se invece proviene da Paesi extracomunitari deve esserci la scritta "miscela di mieli non originari della CE", mentre se si tratta di un mix va scritto "miscela di mieli originari e non originari della CE".
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